di Antonella Pane

 

Svolgo la professione di coach da molti anni e, sin dall’inizio, ho sentito parlare del coaching come “arte del danzare”. Mi sono spesso chiesta come mai questa attività venisse associata alla danza. Quando ci pensavo mi appariva l’immagine di due persone che ballavano il walzer. Ho compreso, quindi, come il coaching sia per me una relazione danzante e ho cominciato a chiedermi: quali sono le connessioni tra il coaching, la relazione e la danza? Cosa hanno in comune queste tre cose? Ciò che ho scritto è la risposta a queste domande.

Il coaching è l’arte del conversare, è una conversazione in cui il coach e il coachee procedono verso la meta desiderata dal coachee; meta che chiariscono e costruiscono insieme, attraverso alcune scoperte e modifiche di prospettive che emergono dall’ interazione, dall’ ascolto reciproco e dal vivere entrambi il momento presente.

La relazione è l’arte di interagire con l’altro attraverso un movimento continuo che si basa anch’esso sullo scambio, sull’ascolto e sulla concentrazione del presente. La relazione, dal latino “re-latum”, portato indietro, si basa su una comunicazione circolare, inter influenzante e generativa che aiuta a vedere le cose in modo nuovo, stando nel “qui ed ora”, così come avviene in una conversazione di coaching.

La danza è l’arte di muoversi in sincronia con l’altro nel farsi condurre dall’ascolto delle note musicali e del movimento dei corpi, rimanendo concentrati in un eterno e continuo presente. Due persone che ballano muovendosi in modo sincronico, sono due persone che interagiscono in perfetta sintonia grazie all’ intercettazione delle emozioni, dei pensieri e dei movimenti generati dall’ ascolto del presente, proprio come accade nel coaching e nella relazione.

L’essenza del coaching si realizza, secondo me, quando tra coach e coachee si stabilisce una partnership e si crea un’alleanza e un’armonia tali da dimenticare chi conduce l’altro, proprio come avviene in una relazione danzante. Per quel che riguarda la mia esperienza l’alleanza nasce, durante una sessione, quando realizzo una forte complicità tra me e il mio partner, perché gli faccio sentire che sono dalla sua parte e che sto andando nella sua stessa direzione. È, infatti, importante che lui percepisca di non essere guidato, ma di essere accompagnato da una persona che gli sta accanto e che è al suo servizio per aiutarlo a raggiungere il suo traguardo. Secondo me, l’armonia si manifesta, invece, quando io e il coachee viviamo insieme il presente, come momento traboccante di possibilità; quando nasce un’atmosfera di libertà in cui lasciamo emergere e condividiamo le intuizioni, i timori, le certezze o i dubbi che ci abitano in quel momento. Quando si realizzano queste circostanze vuol dire che entrambi assecondiamo il fluire della vita: ascoltiamo le emozioni e i pensieri che ci attraversano e li condividiamo; in particolare, accettiamo ed esprimiamo sia le sintonie, sia le contrapposizioni e le voci differenti che sono in noi e tra di noi, per ricomporli in un assetto più armonico.

È in questi momenti in cui nasce una comunicazione fluida e circolare: una comunicazione connessa con le emozioni, le sensazioni e le intuizioni mie e del partner; una comunicazione generativa di nuove percezioni, idee, possibilità e visioni; una comunicazione che può nascere soltanto da una relazione che, fuori dai ruoli, diventi flessibile e aperta alla danza del momento. Le situazioni più belle e più trasformative le vivo, infatti, soprattutto nei momenti in cui, totalmente immersa nel “qui ed ora”, sono contemporaneamente in ascolto di quello che sta accadendo dentro di noi e tra di noi.

Questo mi succede soprattutto quando dimentico di essere un coach e metto da parte gli attrezzi del mestiere. Infatti, quando esco dal mio ruolo, accade spesso che anche il coachee esca dal suo, diventando protagonista della situazione e conducendomi nella danza: è questa la circostanza in cui, con grande soddisfazione, sperimento come l’allievo possa superare il maestro. Secondo me, è proprio il distacco dal mio ruolo che porta la persona ad imitarmi ed a staccarsi dal suo, per diventare e porgersi come persona, nella sua totalità. Questo non vuol dire che durante una sessione non mi metta il cappello di coach! Se percepisco e sento che il mio alleato vada sfidato o stimolato o celebrato o confermato o messo in discussione comincio ad usare con consapevolezza alcune tecniche (la domanda, il feedback, la riformulazione, il rispecchiamento, la metafora, il racconto, l’auto osservazione, ecc.) ed alcuni strumenti (test, feedback 360°, questionari di autovalutazione, check list, ecc.) che come coach ho a disposizione.

Ma come riesco a generare un’atmosfera di complicità tale da creare queste circostanze? Quali sono i momenti che mi aiutano a concretizzare tali condizioni durante una sessione di coaching?

  • Quando pratico l’ ascolto attivo e cambio la cornice di riferimento o punto di vista
  • Quando ho il coraggio di dire verità scomode
  • Quando emergono e parliamo delle nostre emozioni positive e negative
  • Quando lavoro insieme al coachee sui suoi valori e sulle sue credenze
  • Quando utilizziamo l’umorismo, la provocazione o il gioco e uno dei due riesce ad essere ironico o autoironico
  • Quando uso in modo consapevole il linguaggio del corpo come mezzo di comunicazione
  • Quando uno dei due mette in atto l’ osservatore interno
  • Quando avverto una risonanza e la condivido per stimolare una risposta
  • Quando chiedo il permesso di poter approfondire alcune aree delicate
  • Quando vedo differenti modi di lavorare e scelgo quello più adatto al momento
  • Quando ridefiniamo il patto durante il percorso
  • Quando riformulo il messaggio del coachee oppure lo rielaboro secondo una nuova prospettiva
  • Quando uso il “noi”, dimostrando compartecipazione e coinvolgimento
  • Quando mi accorgo che la posizione del mio corpo è analoga a quella del coachee o viceversa
  • Quando ascolto la mia voce interiore e decido di osare
  • Quando il coachee o io riconosciamo e condividiamo i nostri pregi o i nostri punti di forza e li applichiamo per superare le nostre debolezze
  • Quando riconosciamo e condividiamo i nostri difetti o limiti e decidiamo di accettarli o superarli
  • Quando mi rendo conto di come le emozioni parlano di me e/o della relazione con il coachee
  • Quando utilizzo il silenzio come spazio di riflessione ed elaborazione emotiva
  • Quando il coachee mi racconta del successo di alcuni allenamenti effettuati tra un incontro e l’altro
  • Quando pongo domande di cui non so la risposta, oppure che stimolano stupore e penetrazione psicologica
  • Quando ricevo domande stimolanti
  • Quando formulo feedback e li ricevo
  • Quando ci esprimiamo attraverso metafore e racconti
  • Quando percepiamo che la meta che c’eravamo dati è raggiunta
  • Quando il coachee dimostra di avere messo in atto le sue potenzialità

 

È importante dire che contribuisco a determinare queste condizioni quando, oltre all’alleanza e all’armonia, ho costruito con il coachee una relazione che si basa sulla fiducia, sulla sicurezza, sull’accettazione e sull’empatia, le quattro condizioni necessarie per costruire una relazione autentica, secondo Rogers. Quando ho creato tali situazioni, grazie anche alla mia capacità di mettermi in gioco e di fare da esempio, sento che anche il mio partner comincia a mettersi in gioco, per migliorarsi e per realizzare ciò che di più gli preme. Queste sono piste, però, che non intraprendo solo io, ma talvolta anche il coachee, in modo inconsapevole. Mi rendo pertanto conto quanto la nostra consapevolezza e crescita, le due cose che mi stanno più a cuore, siano reciproche e in qualche modo interconnesse.

Grazie alla circolarità della relazione danzante entrambi ci sentiamo protagonisti e responsabili del cammino fatto, ed entrambi veniamo modificati dall’esperienza di coaching che abbiamo vissuto.

 

Stralci di conversazioni di coaching

1° Esempio:

Coachee: Questo comportamento che si ripete penso abbia a che fare con qualcosa che mi riguarda, ma non so bene cosa sia…

Coach: Mi ricordo una scena. Non so perché mi sia venuta in mente. Credo possa essere utile raccontargliela, forse… potrebbe farle comprendere l’origine del suo comportamento. Mi dica cosa ne pensa. Un giorno, mentre ascoltavo la radio, sono rimasta colpita da un signore che in un’intervista diceva: “I tre valori più importanti che abbiamo e che maggiormente condizionano il nostro modo di essere sono il valore dell’Io, del Noi e del Tu. Mettendo da parte l’Io che ci porterebbe lontani, se ci concentriamo sul Tu e sul Noi, comprendiamo che la nostra vita prende una direzione diversa a seconda di quale dei due valori prevalga in ciascuno di noi.” Non so bene come mai questo spezzone di intervista mi sia tornato in mente mentre parlava; ma mi viene da chiederle cosa pensa, cosa le suscita quanto le ho appena raccontato.

– Dopo lunghi secondi di riflessione ed intenso silenzio –

Coachee: Quello che lei ha raccontato mi ha fatto ricordare il periodo della scuola in cui andavo alle manifestazioni con il mio gruppo di amici e quanto le riunioni che facevamo prima e dopo queste manifestazioni fossero importanti per me, per dare voce alle mie idee, per soddisfare il mio bisogno di giustizia. Se ripenso a dopo, a quando ho cominciato a lavorare, mi rendo conto solo ora quanto le decisioni che ho preso, le scelte che ho fatto, la mia carriera, siano collegate in qualche modo a quel periodo, al senso del Noi, ai valori dell’organizzazione e del gruppo presenti in me. Credo che questo mio comportamento così ripetitivo sia determinato da questo Noi, da questo attaccamento e attenzione continua che ho verso l’azienda e soltanto adesso, grazie al suo racconto, mi accorgo di quanto questo attaccamento sia presente in me e mi faccia trascurare la persona che ho di fronte”.

2° Esempio

Coach: Provi a ricordare una situazione vissuta di recente in cui non si è trattenuto ed ha espresso liberamente ciò che pensava, senza usare i filtri della razionalità e del controllo che così spesso mette in atto.

Coachee: Ero con un consulente, insieme eravamo andati da un cliente importante per risolvere un problema. Quando il cliente ha finito di parlare, convinto che avesse detto una serie di cose errate, ho reagito emotivamente, gli ho detto le mie ragioni senza pensarci su, senza alcuna mediazione. Alla fine, quando siamo andati via, ho chiesto al consulente se ero stato troppo aggressivo, se avevo sbagliato e lui di getto mi ha risposto: “no, no, sei stato proprio bravo, hai fatto bene, hai detto quello che ci voleva e nel modo più efficace possibile”.

Coach: “Meno testa più pancia”, questo può diventare il nostro slogan, e mentre dico questa frase gli occhi vanno a finire sulla pancetta tonda del coachee che fuoriesce in modo simpatico dai pantaloni. Lui se ne accorge. Se la guarda anche lui. Insieme scoppiamo a ridere. Tra una risata e l’altra gli dico, guardandogli la pancia: “È proprio vero, ci vuole meno testa e più pancia, il suo corpo ha ragione!”

Quando finiamo di ridere, lui prende il quaderno riflette e scrive con convinzione tra i punti da migliorare: “Diventare meno razionale, essere più emotivo e reattivo”.

Mentre  scrive questa frase sento che ha modificato la sua posizione rispetto a come gestire un disaccordo e penso che, grazie alla mia battuta e alle risate fatte, questo punto da migliorare non lo dimenticherà. Nello stesso momento mi si affaccia alla mente uno spezzone di sessione di coaching di due giorni prima in cui un altro manager mi diceva: “ E’ proprio vero, dottoressa, per me è fondamentale contare fino a dieci prima di reagire.” Non appena faccio questa associazione mi rendo conto di come non esista una verità assoluta, ma la verità abbia caratteristiche soggettive che vanno contestualizzate. Non appena rivivo questa scena e formulo questo pensiero li condivido con il Coachee.

3° Esempio

Coach: Siamo al terzo incontro e le devo dire che mi sento frustrata. Ho la sensazione di non essere ascoltata. A tutto ciò che dico mi risponde con un “sì, ma”. Non riesco a farle cambiare posizione, punto di vista; rimane sempre della stessa idea. In questo modo non si crea alcuno sviluppo in lei, nessun miglioramento.

Coachee: Mi scusi, ma non si deve sentire frustrata, se non cambio. Perché vuole ottenere questo risultato con me? Io potrei non avere l’obiettivo di volermi migliorare.

Coach: È vero… ha ragione; mi sto muovendo dando per scontato che questo obiettivo possa essere anche il suo. Ma allora qual è il suo obiettivo?

Coachee: Il mio obiettivo è conoscere il coaching, fare formazione e non sviluppo. Per me è già un risultato avere uno scambio approfondito con lei su questo tema.

Coach: Comprendo ora la sua posizione che ci porta a ridefinire il patto iniziale, rimane, però, la circostanza che lei risponde a qualsiasi mio ragionamento con un oppositivo “si, ma”, e questo le assicuro che mi dà l’impressione di non essere ascoltata fino in fondo.

Coachee: Sì, ma… scusi se insisto ancora con questa formula; ma lei deve capire che per me è positivo usare questa espressione; la uso, infatti, quando vengo coinvolta in un ragionamento e questo mi accade se stimo la persona con cui interloquisco.

Coach: Davvero? Mi spieghi meglio.

Coachee: Se una persona non mi interessa o se una situazione la trovo noiosa, tendo a dire “sì, è vero”, pur non essendo d’accordo; oppure faccio finta di seguire, mentre con la mente penso ad altro.

Coach: Ho capito bene: mi sta dicendo che fino ad oggi, senza rendersene conto, ha attribuito a questa espressione una valenza positiva e, inoltre, non ha mai percepito quanto potesse risultare irritante ripeterla con continuità, così come fa lei?

Coachee: Si, ha capito bene, il “sì, ma” per me è sempre stato positivo. Adesso riflettendoci mi rendo conto di quanto fosse sbagliato e anche poco piacevole per l’interlocutore.

Coach: Per la prima volta, mi ha risposto soltanto con un “sì”, senza il “ma” accanto. Finalmente sento di essere stata ascoltata fino in fondo!

Alcuni strumenti ed esercizi utili

Gli strumenti e gli esercizi durante un percorso di coaching cambiano a seconda se sto realizzando una sessione di life, di corporate o di executive coaching; variano anche sulla base della cultura dell’organizzazione e del coachee. Nello specifico tiro fuori dalla mia cassetta degli attrezzi un esercizio, un questionario, un test o un gioco a seconda della fase del percorso in cui ci troviamo, delle esigenze di approfondimento del mio partner, della tematica che stiamo affrontando nella sessione.

Per esempio durante una sessione di life coaching in cui emerge il bisogno di chiarire e sviluppare il ruolo del bambino interiore, propongo un esercizio di visualizzazione in cui porto la persona a rivivere e ricostruire i momenti della memoria di quando era bambino e poi gli propongo la scrittura di una lettera al suo bambino interiore.

Alla fine del percorso di un corporate coaching può emergere da un manager il bisogno di scrivere un piano di azione e di sviluppo, per focalizzare e sistematizzare gli obiettivi e le relative strategie elaborate durante le varie sessioni.

Quando mi trovo nella fase iniziale di un percorso di executive coaching, può succedere di avviarlo lavorando su alcuni risultati di valutazione e di assessment che il partner ha a disposizione.

Non utilizzo strumenti ed esercizi durante il primo incontro che è dedicato esclusivamente alla conoscenza reciproca, al patto e all’avvio della costruzione di una relazione di fiducia.

Spesso al termine di una conversazione chiedo al coachee di individuare gli allenamenti che ritiene opportuno fare tra un incontro e l’altro; talvolta ne propongo qualcuno anche io. Quelli più frequenti sono: dare e richiedere feedback per esercitarsi nell’utilizzare questo strumento in modo appropriato o per migliorare una relazione; leggere un articolo, un capitolo o un libro su uno specifico argomento che abbiamo affrontato; applicare con i collaboratori o con i familiari alcune regole di comunicazione messe in campo durante una sessione, come per esempio fare domande ed astenersi dal dare consigli; fare colloqui o riunioni secondo modalità sviluppate durante un incontro; esercitarsi a fare domande potenti.

Per quanto concerne invece la mia preparazione all’incontro successivo: mi soffermo sugli stimoli e sui segnali ricevuti e dati nei precedenti colloqui; rifletto sugli accadimenti che hanno generato in me una maggiore risonanza; cerco di comprendere come si sta evolvendo la relazione tra me e il coachee; preparo alcune ipotesi di percorso della sessione successiva da far scegliere al partner, se la situazione lo richiede.

Talvolta mi accade di costruire qualche strumento (griglia, questionario, ecc.) sulle esigenze del partner.

Come i danzatori si allenano tra una performance e l’altra con alcuni esercizi per mantenersi in forma e migliorare la loro prestazione, così anche il coach ed il coachee si preparano tra un colloquio e l’altro per procedere in modo più focalizzato ed efficace.

Conclusione

Nel coaching, come nella danza, è determinante muoversi in sintonia ed armonia: la relazione danzante crea la giusta atmosfera per essere se stessi e per poter così creare una conversazione autentica, un dialogo trasformativo.

Non a caso Gallwey, uno dei pionieri di questa pratica dichiara che il coaching è “ l’arte del creare un ambiente, attraverso una conversazione e un modo di essere….”

Fuori dalla metafora della relazione danzante secondo me ogni incontro di coaching è un laboratorio relazionale in cui spesso esprimiamo le stesse modalità che utilizziamo nella nostra vita di tutti i giorni. Se di questo il coach è consapevole e rende tale anche il coachee questa pratica può diventare un’esperienza che è fonte di apprendimento continuo e reciproco.

In sintesi, la relazione di coaching è per me un luogo di incontro, di reciprocità , di identità, di generatività e, quindi, di trasformazione; uno spazio che il coach usa per sviluppare consapevolezza e responsabilità.

Chi sono?

 Antonella Pane: per dodici anni sono stata Responsabile Selezione, Formazione e Sviluppo presso Bulgari Spa. Ho insegnato Metodologie di Formazione e Sviluppo Risorse Umane, presso l’Università di Padova per tre anni e ho scritto varie pubblicazioni sulla formazione e sul coaching. Dal 1999 oltre a svolgere come free-lance, l’attività di Executive, Corporate e Life Coach, ricopro il ruolo di Formatrice e di Consulente Risorse Umane presso vari clienti. Faccio parte da alcuni anni del Team di Eutropia, una società di consulenza di Milano nell’area delle Risorse Umane. Nel 2009 ho co-fondato a Roma la Comunità di pratica “Amicoach”; sono stata per due volte Consigliere Regionale del Lazio in AIF (Associazione Italiana Formatori) e nell’anno 2013/2014 ho svolto il ruolo di Responsabile del Coaching Club del Lazio in AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti), di cui sono socia. Mi sono laureata in Lettere e Sociologia, specializzata in Psico-socio-analisi, Psicosintesi, Empowerment e Scienze organizzative. Ho conseguito presso ICF (International Coach Federation) la certificazione di PCC (Professional Certified Coach). Cell: 3394664416 Linkedin: Antonella Pane E-mail: pane.antonella@gmail.com

 

One Response to Cos’è il coaching per me? Relazione Danzante.
  1. Bell’articolo Antonella, tutti gli ingredienti per vivere una relazione di coaching come spazio di generatività e di trasformazione, sviluppo, crescita personale e professionale.


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